lunedì 26 giugno 2017

I dieci "nodi",anche la politica internazionale, che discuterà il "popolo del Brancaccio".


Sabato 24 giugno, in serata, sul sito www.perlademocraziaeluguaglianza.it è stato pubblicato un articolo di Anna Falcone e Tomaso Montanari che indica alcuni aspetti del percorso che avrà in futuro il processo avviato dal loro appello e dall' assemblea che si è svolta al teatro Brancaccio il 18 giugno.
I tentativi elettorali o di coordinamento politico della sinistra degli ultimi anni sono stati tutti deludenti, rimane tuttavia un “popolo della sinistra” vasto, anche se molto frammentato e spesso disorientato, e rimangono moltissime buone ragioni per impegnarsi. Quindi, senza illusioni, riteniamo giusto incoraggiare questo tentativo, indipendentemente dai risultati che avrà.
Tra i “nodi” da discutere indicati da A. Falcone e Tomaso Montanari troviamo, per la prima volta, anche la politica internazionale. Come prevedevo, sulle guerre c'è solo un generico richiamo all' articolo 11 della costituzione. Ma il tema delle guerre è un tabù che la sinistra non discute perché questo aprirebbe un vaso di Pandora imbarazzante per i politici governativi e europeisti.
Quindi anche farne solo un accenno potrebbe avviare un discorso molto sostanzioso.
Di seguito lo scritto di Falcone e Montanari con i dieci nodi da discutere:
M.P.
Per questo invitiamo tutte e tutti coloro che si riconoscono negli obiettivi emersi dall’assemblea al Teatro Brancaccio a farsi promotori nel proprio territorio di assemblee sul programma aperte alla più ampia partecipazione dei cittadini, convocate e condotte secondo i principi di massima trasparenza, apertura, pluralità e democraticità interna.
Non chiedete il permesso a nessuno, non aspettate segnali dal centro, non perdiamoci nelle nebbie dei giochi politicisti: usiamo l’estate per avviare un grande percorso di ascolto e confronto sui temi!
Vi proponiamo di organizzare dal basso, coinvolgendo tutte le realtà potenzialmente interessate e già attive (singoli cittadini, associazioni, comitati, movimenti, partiti), tutti coloro che possono contribuire alla discussione e alla costruzione di proposte serie ed efficaci. Appuntamenti tematici, possibilmente all’aperto, nelle piazze e nei luoghi di incontro, in tempi e orari in cui donne e uomini, giovani e meno giovani, possano partecipare per fornire idee, mettere a disposizione competenze ed elaborazioni, raccogliere adesioni e discutere tutti insieme di proposte credibili, chiare e innovative......
......Da ciascun appuntamento potranno uscire richieste, problemi, nodi, proposte, soluzioni che verranno messi a disposizione del percorso nazionale.....
..........Non vogliamo in alcun modo limitare il dibattito a temi prestabiliti – anzi, il nostro questionario, già distribuito in sala il 18, rimarrà on line per continuare a raccogliere le vostre idee e i vostri suggerimenti – ma vi segnaliamo una serie di nodi sui quali crediamo che dovremo comunque riflettere insieme.
Anna Falcone Tomaso Montanari
1) Attuazione della Costituzione
(Sovranità popolare; uguaglianza sostanziale; parità di genere; la democrazia nei partiti e nei movimenti – la separazione fra cariche politiche e cariche istituzionali; cancellazione del pareggio di bilancio nell’articolo 81)
2) Lavoro
(Ripristino dell’articolo 18 ed estensione delle tutele a tutte le forme di lavoro; reddito di dignità – partendo dalla proposta di Libera; lotta alla precarizzazione del lavoro e delle professioni intellettuali; riforma delle 6 ore lavorative e diritto al tempo)
3) Redistribuzione della ricchezza e giustizia sociale
(Riaffermazione del ruolo dello Stato in economia, nelle strategie di sviluppo, nella tutela dei diritti e nella erogazione dei servizi pubblici; diritto a un’equa retribuzione e parità di retribuzione fra uomini e donne: equità e progressività fiscale; strategie di contrasto all’evasione fiscale: tassa patrimoniale; tassa di successione sui grandi patrimoni)
4) Economia, Fiscalità e diritti sociali
(Diritto alla salute e potenziamento della prevenzione; accesso alla diagnostica genetica e alle cure più all’avanguardia; diritto all’assistenza sociale; sostituzione della politica dei “bonus” con servizi socio-assistenziali garantiti; diritto all’abitare e recupero del patrimonio immobiliare esistente)
5) Istruzione pubblica e libertà di manifestazione del pensiero
(Abrogazione della Buona Scuola; gratuità dell’università, da finanziare con la tassa di successione sui grandi patrimoni; potenziamento della ricerca pubblica; accesso alla conoscenza e alle reti informatiche; pluralismo e libertà dell’informazione)
6) Ambiente e patrimonio culturale
(Riconversione energetica ed energie verdi; consumo di suolo zero; un’unica grande opera pubblica: il risanamento ambientale, e la messa in sicurezza del territorio; abrogazione della riforma della conferenza dei servizi contenuta nella Legge Madia; abrogazione della riforma Franceschini e ricostruzione della tutela pubblica)
7) I migranti
(Una politica attiva di accoglienza; cittadinanza; integrazione; attuazione dell’articolo 10 della Costituzione; corridoi umanitari)
8) Giustizia
(La giustizia come “diritto sociale”: politiche di prevenzione, accorciamento dei tempi, certezza della pena, ampliamento dell’assistenza legale ai soggetti deboli e ai non abbienti; avvocati pubblici; contrasto attivo alla violenza di genere; condizioni di vita, sicurezza e diritti dei carcerati; ampliamento delle pene alternative)
9) Politica internazionale
(Il ruolo nell’Italia nel contesto internazionale; l’Italia ripudia la guerra – attuazione dell’articolo 11 della Costituzione; l’Europa: revisione dei trattati, l’euro, la costruzione della cittadinanza europea; no al CETA)
10) Lotta alle mafie e alla corruzione
(Prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata; interdizione definitiva dai pubblici uffici e dalle cariche pubbliche per i condannati per reati contro la P.A.; impiego sociale dei patrimoni confiscati; reinserimento sociale).
Buon lavoro, e a presto
Anna Falcone , Tomaso Montanari
Se vuoi contribuire alla nostra discussione invia un testo all’indirizzo perlademocraziaeluguaglianza@gmail.com
Se vuoi aderire al progetto basta compilare il form http://www.perlademocraziaeluguaglianza.it/2017/06/24/al-popolo-del-brancaccio-e-a-tutti-quelli-che-si-uniranno/
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sabato 24 giugno 2017


domenica 25 giugno 2017

Politica estera. Finalmente Alleanza popolare per la democrazia e l' uguaglianza inizia a parlare di politica internazionale

Sabato sera il sito dell' Alleanza popolare per la democrazia e l' uguaglianza ha pubblicato un articolo che accenna al percorso futuro verso le elezioni politiche. Dato il contesto, se il percorso funziona in maniera sufficiente l' esperienza andra' ben oltre le elezioni politiche prossime che  Renzi forse sta pensando di nuovo di effettuare entro la fine del 2017.
L' articolo ha elencato anche  10 punti chiamato nodi su cui riflettere e prendere assolutamente una posizione con proposte concrete.
Trai nodi per la prima volta troviamo la politica internazionale, al numero nove


Politica internazionale

La posizione dell' Italia nel contesto internazionale.

L' Italia ripudia la guerra - Attuazione dell' articolo 11 della Costituzione

Europa- revisione dei trattati europei, l' euro, costruzione della cittadinanza europea

opposizione al CETA


E' solo l' inizio ma si potrebbe costruire qualcosa di interessante.


sabato 24 giugno 2017

Dopo il Brancaccio, Fassina: Discontinuità anche con " l'Ulivo mondiale ", Clinton e l'Unione Europea,


Stefano Fassina prova a inserire la politica internazionale nel dibattito aperto dall' appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari.
I due "giovani" professori sono riusciti a lanciare il loro percorso e il dibattito che si sta sviluppando è di grandi dimensioni. I contenuti del processo che si è aperto non possono però essere limitati alla Costituzione Italiana e dipenderanno dal grado di democrazia che avrà la costruzione del programma e la scelta delle candidature. Se il processo avviato sarà sufficientemente indipendente dai partiti e dalle associazioni più grandi e, almeno in parte, espressione delle opinioni dei singoli partecipanti, allora il tentativo assumerà definitivamente un valore superiore alle esperienze elettorali collettive degli ultimi anni.
Sicuramente in questo caso vi entrerà in posizione non marginale anche il tema guerra-pace-spese militari.
Di seguito uno stralcio dell' articolo di Stefano Fassina che secondo me racchiude il senso complessivo del suo scritto:

"Come si può valutare la stagione dei governi di centrosinistra e dell’Ulivo, ma anche degli esecutivi berlusconiani e tecnici, senza considerare il contesto internazionale, l’Ue e l’eurozona? "

M.P.

Stefano Fassina
Il manifesto, 24 giugno 2017

Nell’assemblea del Brancaccio di domenica scorsa, ricca di tante energie civiche e politiche necessarie alla rigenerazione della sinistra di popolo, Tomaso Montanari ha offerto la periodizzazione giusta per spiegare il ritorno a livelli pre-costituzionali della disuguaglianza e riconoscere le responsabilità dei governi incardinati sulla sinistra storica: il quarto di secolo alle nostre spalle, non soltanto il quadriennio renziano del Pd.
Tuttavia, la spiegazione dei «fatti» non può essere ricondotta, soltanto o in misura prevalente, alla debolezza morale, alla dipendenza culturale, al «governismo» o all’opportunismo politico delle classi dirigenti susseguitesi dopo l’89 e, in particolare, dopo il biennio ’92-’93.
Lo sguardo va alzato su tutto l’occidente: dai New Democrats di Bill Clinton al New Labour di Tony Blair, alla Neue Mitte di Gerard Schroeder fino agli epigoni in tutti gli altri paesi europei, Italia inclusa. Allargare lo sguardo fa risaltare le determinanti strutturali della disuguaglianza e del ripiegamento culturale e politico dei governi progressisti post ’89, de «l’Ulivo mondiale», si diceva nel tempo dei governi della «Terza via» al di qua e al di là dell’Atlantico.
Tali determinanti, attivate da Reagan e Thatcher, segnano l’ordine liberista e finanziario del capitalismo globalizzato. Dopo, vengono alimentate dai governi progressisti del paese leader, gli Usa, dove la presidenza Clinton, fortemente condizionata dagli interessi di Wall Street e delle multinazionali manifatturiere, completa la de-regolazione dei mercati finanziari e bancari e consente alla Cina, praticamente senza condizioni, l’ingresso nel Wto.
Da noi, le determinati strutturali della disuguaglianza e della deriva subalterna della sinistra storica sono aggravate da un’integrazione europea avvenuta nel solco dell’egemonia ordo-liberista tedesca: dal Trattato di Maastricht, dal mercato unico e dal disinvolto allargamento a Est, in particolare da alcune devastanti direttive di svalutazione del lavoro (la Direttiva sui posted workers e la Bolkestein, ad esempio). Poi, con effetto moltiplicativo, dall’impianto della moneta unica e dall’agenda mercantilista imposta dalla Germania.
Come si può valutare la stagione dei governi di centrosinistra e dell’Ulivo, ma anche degli esecutivi berlusconiani e tecnici, senza considerare il contesto internazionale, l’Ue e l’eurozona? Come si possono rimuovere il «vincolo esterno» e le specificità dell’Italia, paese di medio-piccole dimensioni, prevalentemente avvinghiato a una specializzazione produttiva a scarso valore aggiunto, sostenuto dalla svalutazione della Lira fino al ’95 e dal ’92 in poi dalla svalutazione del lavoro, zavorrato da un enorme debito pubblico, fattore di ricatto potentissimo per le politiche economiche?
La denuncia degli «errori» dell’ultimo quarto di secolo non genera di per sé le condizioni di praticabilità politica delle soluzioni alternative giustamente invocate al Brancaccio.
Ovviamente, non dobbiamo rinunciare a obiettivi ambiziosi. Dobbiamo, però, definire percorsi praticabili. Non porta lontano invocare la riscrittura dei Trattati europei per conquistare spazi di manovra. Come noto, la modifica dei Trattati richiede l’unanimità e, in alcuni Paesi, è sottoposta a referendum. Soprattutto, per i «paesi core», i Trattati vanno bene così: il loro interesse nazionale è favorito. Ma a Trattati vigenti, come costruiamo le condizioni per la nostra agenda di discontinuità?
Un paio di esempi: la Germania pratica intensamente la svalutazione del lavoro, in particolare con le mitiche «Riforme Hartz», atto profondamente anti-europeo: fatto 100 nel 1998 il valore del tasso di cambio reale effettivo, un affidabile indicatore di competitività, nel 2015, la Germania scende a 88, la Francia sale a 102, l’Italia a 112. Noi che facciamo? Come compensiamo la cancellazione del Jobs Act e delle politiche supply side dei governi alle nostre spalle? Come la mettiamo con il «fiscal compact», in via di inserimento nei Trattati, per la svolta keynesiana da noi prospettata?
La triste parabola di Syriza, esecutore sofferente del più feroce dei Memoranda imposti alla Grecia dal 2010, dovrebbe farci riflettere.
Sono domande scomode, ma inevitabili, dato che il nostro compito non è soltanto allargare in Parlamento la rappresentanza degli esclusi attraverso l’elezione di eccellenze morali, civiche e sociali.
Al 50% più in difficoltà, fuori dal circuito elettorale, la rappresentanza non basta. Gli esclusi, il popolo delle periferie economiche, sociali e culturali, chiedono anche efficacia.
L’unità a sinistra del Pd, in alternativa al Pd, è condizione necessaria, come è necessaria la radicale discontinuità programmatica, per risposte credibili.

giovedì 22 giugno 2017

D'Alema-Kosovo, la Cassazione intervenne su profili procedurali, non sulla legittimità della guerra



Le parole che seguono sono il periodo finale di un articolo di F.Pallante su Il manifesto di oggi,
“Anche in questo caso, dunque, la Cassazione non ebbe modo di esprimersi né sulla legittimità né sulla illegittimità della guerra, ma si limitò a intervenire sui profili procedurali della vicenda svoltasi nel grado di merito.”
Segnalo anche che secondo molti la guerra in Kosovo del 1.999 fu illegale anche relativamente al diritto internazionale, non solo quindi per la legislazione italiana.
M.P.
Francesco Pallante
Il manifesto , 22 giugno 2017
Uno dei passaggi più applauditi del discorso con cui Tomaso Montanari ha aperto la manifestazione di domenica scorsa al Teatro Brancaccio è stato quello in cui – ricordando come molti dei «mali» di oggi originino da politiche avviate nella prima legislatura dell’Ulivo – ha denunciato l’«illegittimità» della guerra contro la Serbia. Intervistato martedì da Daniela Preziosi su questo giornale, Massimo D’Alema ha così replicato: «Vorrei spiegare a Montanari che di questo fui accusato da un gruppo di giuristi. Poi la Cassazione emise una sentenza che archiviò tutto riconoscendo la piena legittimità del mio agire».

In effetti, la Cassazione ha avuto modo di occuparsi, sia pure in modo peculiare, della vicenda in due occasioni.
All’origine della prima c’è uno degli episodi più controversi del conflitto: il bombardamento della sede della televisione Rts (Radio televisione serba), compiuto nella notte del 23 aprile 1999 da aerei della Nato, dopo che la stessa Rts aveva rifiutato di cessare le trasmissioni di «propaganda» (questa l’accusa della Nato) a sostegno del regime di Milosevic. Dopo la conclusione delle ostilità, i parenti di alcune delle sedici vittime si rivolsero al Tribunale di Roma, per vedere riconosciuta l’illiceità dell’attacco alla Rts e ottenere, di conseguenza, il risarcimento dei danni patiti ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile. In opposizione, l’Avvocatura dello Stato negò che la magistratura italiana avesse competenza in materia, proponendo regolamento preventivo di giurisdizione e così chiamando in causa la Corte di Cassazione. Ne scaturì l’ordinanza n. 8157 del 5 giugno 2002 delle Sezioni Unite civili, nella quale venne dichiarato, così come richiesto dall’Avvocatura dello Stato, il «difetto di giurisdizione» della magistratura italiana. Più precisamente l’ordinanza stabilì che, rispetto agli atti che costituiscono manifestazione di una funzione politica, tra cui rientrano gli atti di guerra, «nessun giudice ha potere di sindacato circa il modo in cui la funzione è stata esercitata». In definitiva: la Cassazione non svolse alcun esame di merito della controversia, non addivenendo al riconoscimento né della legittimità né della illegittimità della guerra o di un suo episodio. Molto più semplicemente, si fermò prima: all’affermazione dell’incompetenza della magistratura a pronunciarsi.
La seconda vicenda nacque invece dalla denuncia che alcuni cittadini, su iniziativa di parlamentari di Rifondazione comunista, presentarono nei confronti di D’Alema per i delitti di attentato alla Costituzione, usurpazione di potere politico o militare e strage, delitti che sarebbero stati commessi in conseguenza della partecipazione dell’Italia alla guerra. La denuncia venne assegnata per competenza al Collegio per i reati ministeriali presso il Tribunale di Roma e si concluse, il 26 ottobre 1999, con l’archiviazione del procedimento: sostanzialmente, perché i giudici non ravvisarono anomalie rispetto a quanto sancito dall’articolo 78 della Costituzione sulla deliberazione dello stato di guerra. I ricorrenti si rivolsero allora alla Cassazione chiedendo l’annullamento del decreto di archiviazione in virtù di un vizio procedurale: non essere stati informati della richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero e, per l’effetto, non aver potuto adeguatamente contestare in contraddittorio tale richiesta. Con la sentenza n. 36274 dell’8 ottobre 2001 la VI sezione penale della Suprema Corte statuì l’infondatezza del ricorso, negando che i ricorrenti potessero considerarsi «persone offese dal reato», essendo invece al più semplici «danneggiati dal reato», e dunque riconoscendo la correttezza della decisione del Tribunale di Roma di non dare loro avviso della richiesta di archiviazione. Anche in questo caso, dunque, la Cassazione non ebbe modo di esprimersi né sulla legittimità né sulla illegittimità della guerra, ma si limitò a intervenire sui profili procedurali della vicenda svoltasi nel grado di merito.


mercoledì 21 giugno 2017

Spia rossa accesa per la domanda globale di petrolio. Il dato USA sulle scorte di benzina


Anche le statistiche di oggi sulle riserve di petrolio e derivati USA ci diranno
che sono aumentate le scorte di benzina, l' API ha già segnalato in una sua nota di ieri questa tendenza. Il periodo estivo è il momento in cui si verifica il maggior consumo di benzina negli Stati Uniti, ma in questo momento le scorte stanno salendo invece di scendere, e sono ai massimi da 27 anni a questa parte. Ormai è un dato strutturale ed infatti le quotazioni del greggio stanno crollando.
Continuiamo a seguire questo dato che potrebbe essere il segnale decisivo della accelerazione della transizione energetica.

Marco

Dalla lettura dei futures sui principali indici europei si prospetta un avvio in ribasso per le borse continentali in scia alla chiusura in rosso di Wall Street e alle performance deludenti dei listini asiatici.
Gli indici americani hanno tentato un nuovo allungo in avvio, con l’ennesimo record storico del Dow Jones, ma si sono dovuti piegare al nuovo crollo del petrolio. Il Wti è infatti tornato sotto quota 43 dollari al barile per la prima volta da novembre 2016, appesantendo i listini azionari che hanno chiuso sui minimi intraday con perdite fra lo 0,3% del Dow Jones e l’1,1% del Russell 2000.
Arretrano in mattinata anche le Borse orientali, rintracciando dai massimi degli ultimi due anni realizzati nella seduta precedente, condizionate anche dalle tensioni militari tra Russa e Stati Uniti in Medio Oriente.
Fra le materie prime restano deboli le quotazioni del petrolio con il Wti a 43,4 dollari, poco distante dalla chiusura di ieri a 43,5 dollari. Nel pomeriggio verranno diffusi i dati settimanali dell’Eia sulle scorte americane, mentre l’Api ha stimato un calo delle riserve di greggio ma un incremento degli stock di benzina e distillati.



martedì 20 giugno 2017

D'Alema a Montanari:"Guerra in Kosovo illegale ? Chi ripete l' accusa ingiuria"


Tomaso Montanari al Brancaccio ha definito illegale la guerra in Kosovo portata avanti dall'Italia sotto la guida dell' allora premier D'Alema.

Le parole esatte riportate dal manifesto sono nel testo di questo post, quelle del titolo del post sono mie. E credo che non stravolgano quello che è scritto sul giornale.

Diffondo intanto la notizia di questa piccola polemica tra D'Alema e Montanari sulla guerra in Kosovo del 1.999. Sicuro che nessuno vorrà approfondirla.
 Da settimane sto segnalando l'assenza completa del tema della guerra dal percorso iniziato dopo l'appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari. Ed e' bastato un piccolo accenno di Montanari alla guerra in Kosovo a suscitare la reazione di D'Alema.
Insomma parlare di guerra è difficile per la sinistra, ma non accettiamo in silenzio la rimozione di un tema che sta travolgendo in questi anni milioni di persone e cambia anche la vita delle città occidentali.
Intervista a Massimo D’Alema di Daniela Preziosi su Il manifesto del 20 giugno 2017. 
A pag. 4 del giornale, in evidenza,
“Dico a Montanari che in Kosovo non c’e’ stata guerra illegale. L’ accusa è decaduta, chi la ripete ingiuria. Se davvero vuole unire eviti battute a caso.”
Nell’ articolo:
…«Da vecchio militante ho una certa esperienza di assemblee, in questa c’era un po’ di estremismo. A partire dall’introduzione di Tomaso Montanari», spiega a chi gli chiede  un giudizio. C’è dell’ironia. Ma la questione è  seria. D’Alema era in prima fila, a un passo dal palco, quando il combattivo giovane studioso ha elencato le colpe del vecchio centrosinistra. 
E, nel lungo elenco, ha scandito  «la guerra illegale in Kosovo».  
D’Alema, che era il presidente del consiglio in quel marzo ’99, non ha mosso ciglio. Ma ora replica: «Vorrei spiegare a Montanari che di questo fui accusato da un gruppo di giuristi. Poi la Cassazione emise una sentenza che archiviò tutto riconoscendo la piena legittimità del mio agire». Perché, spiega, l’art.11 della Costituzione dice che «l’Italia ripudia la guerra» eccetera, «ma poi anche che consente alle limitazioni di sovranità necessarie agli obblighi derivanti dai trattati internazionali». La conclusione è tagliente: «L’accusa è decaduta, se lui la rilancia è una calunnia».
Non che intenda passare alle carte bollate, l’ex presidente del consiglio. Ma «il mondo è complesso, prima di parlare meglio informarsi, non ci si aspetta da un illustre storico dell’arte una sortita inutile e dannosa. Non si fanno battute a caso, tanto più se si lavora ad unire la sinistra». Segue racconto dei suoi ritorni in Serbia, dei giovani che lo hanno ringraziato perché quella guerra fu l’inizio «del ritorno alla libertà». Ma questa sarebbe un’altra storia……

…..«sono diventato buono, so che i giornalisti hanno nostalgia del D’Alema cattivo ma invece, vede, ho ascoltato quelle calunnie sul Kosovo e sono rimasto seduto. In altri tempi mi sarei alzato e me ne sarei andato. A proposito, andrò a piazza Santi Apostoli il primo luglio, lo considero un mio dovere di militante».

lunedì 19 giugno 2017

Petrodollaro-Ecco perchè Trump vuole ritardare la fine dell'era fossile


L'articolo spiega i rischi del dollaro se una parte del petrolio venisse venduta con lo Yuan.
Ma il dollaro rischia molto di più con la transizione energetica che arrivera' velocemente nei prossimi 10-20 anni.
E' per questo che Trump vuole ritardare il più possibile la fine dell' era fossile.
M.P.
Dan Glazebrook

Per gli Stati Uniti, la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Nel 2012 l’Iran ha cominciato ad accettare lo yuan per i suoi pagamenti di petrolio e gas, seguita dalla Russia nel 2015. Se questo continuerà, potrebbe letteralmente indicare l’inizio della fine del potere globale statunitense. Il dollaro è la principale moneta di riserva del mondo in primo luogo perché il petrolio è attualmente negoziato con esso. I paesi che cercano riserve di valuta estera come assicurazione contro le crisi delle proprie valute tendono a guardare al dollaro proprio perché è effettivamente “convertibile” in petrolio, la principale commodity mondiale.
Questa sete globale per i dollari è ciò che consente agli Stati Uniti di stamparne quantità infinite, praticamente gratis, poi scambiabili con beni e servizi reali di altri paesi. Questi sono i cosiddetti “privilegi del signoraggio”, ovvero la capacità di assorbire quantità sempre crescenti di beni e servizi da altri paesi senza dover fornire in cambio qualcosa di equivalente valore. A sua volta, è questo privilegio che aiuta a finanziare i clamorosi costi della macchina militare statunitense, che al momento vanno oltre i 600 miliardi di dollari annui.
Tuttavia, tutto questo sistema si sfascierà se anche altri paesi smetteranno di usare il dollaro come principale valuta di riserva. E smetteranno di farlo una volta che le fonti di petrolio non verranno più negoziate in dollari. Questo è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti volevano così tanto far fuori Saddam dopo che aveva iniziato a trattare il petrolio iracheno in euro.
Ma pian piano questo cambiamento sta avvenendo. Nel 2012 la Banca Popolare Cinese ha annunciato che non avrebbe più incrementato le proprie dotazioni di dollari statunitensi, e due anni dopo la Nigeria ha aumentato le proprie partecipazioni di yuan nelle sue riserve valutarie estere dal 2% al 7%. Molti altri paesi si stanno muovendo nella stessa direzione.
Allo stesso tempo, la Cina ha fatto shopping d’oro, stabilendo il suo prezzo per l’oro in yuan due volte al giorno nel 2012 come parte di ciò che il presidente dello Shanghai Gold Exchange ha definito l'”internazionalizzazione del renminbi [yuan]”, col fine di rendere il yuan completamente convertibile in oro. Quando questo accadrà, la scelta per i paesi produttori di petrolio, tra il negoziarlo in dollari sempre più inutili o in renminbi convertibili in oro, sarà un problema. Per il Qatar, l’attrazione potrebbe essere irresistibile già da ora.
Da qui l’urgenza di punire in modo preventivo il Qatar per la sua probabile mossa verso un accordo con l’Iran per rifornire l’Asia di LNG a prezzi yuan. L’obiettivo è quello di dimostrare che, per quanto a lungo termine possa essere economicamente suicida infastidire l’Iran e continuare a scambiare in dollari, nel breve sarà politicamente suicida fare qualsiasi altra cosa.
Quanto Trump e i suoi amici arabi siano pronti ad accettarlo, resta da vedere. Ma il presidente ha ripetutamente detto che il precipuo motivo di avere un esercito è quello di usarlo.