lunedì 26 giugno 2017

I dieci "nodi",anche la politica internazionale, che discuterà il "popolo del Brancaccio".


Sabato 24 giugno, in serata, sul sito www.perlademocraziaeluguaglianza.it è stato pubblicato un articolo di Anna Falcone e Tomaso Montanari che indica alcuni aspetti del percorso che avrà in futuro il processo avviato dal loro appello e dall' assemblea che si è svolta al teatro Brancaccio il 18 giugno.
I tentativi elettorali o di coordinamento politico della sinistra degli ultimi anni sono stati tutti deludenti, rimane tuttavia un “popolo della sinistra” vasto, anche se molto frammentato e spesso disorientato, e rimangono moltissime buone ragioni per impegnarsi. Quindi, senza illusioni, riteniamo giusto incoraggiare questo tentativo, indipendentemente dai risultati che avrà.
Tra i “nodi” da discutere indicati da A. Falcone e Tomaso Montanari troviamo, per la prima volta, anche la politica internazionale. Come prevedevo, sulle guerre c'è solo un generico richiamo all' articolo 11 della costituzione. Ma il tema delle guerre è un tabù che la sinistra non discute perché questo aprirebbe un vaso di Pandora imbarazzante per i politici governativi e europeisti.
Quindi anche farne solo un accenno potrebbe avviare un discorso molto sostanzioso.
Di seguito lo scritto di Falcone e Montanari con i dieci nodi da discutere:
M.P.
Per questo invitiamo tutte e tutti coloro che si riconoscono negli obiettivi emersi dall’assemblea al Teatro Brancaccio a farsi promotori nel proprio territorio di assemblee sul programma aperte alla più ampia partecipazione dei cittadini, convocate e condotte secondo i principi di massima trasparenza, apertura, pluralità e democraticità interna.
Non chiedete il permesso a nessuno, non aspettate segnali dal centro, non perdiamoci nelle nebbie dei giochi politicisti: usiamo l’estate per avviare un grande percorso di ascolto e confronto sui temi!
Vi proponiamo di organizzare dal basso, coinvolgendo tutte le realtà potenzialmente interessate e già attive (singoli cittadini, associazioni, comitati, movimenti, partiti), tutti coloro che possono contribuire alla discussione e alla costruzione di proposte serie ed efficaci. Appuntamenti tematici, possibilmente all’aperto, nelle piazze e nei luoghi di incontro, in tempi e orari in cui donne e uomini, giovani e meno giovani, possano partecipare per fornire idee, mettere a disposizione competenze ed elaborazioni, raccogliere adesioni e discutere tutti insieme di proposte credibili, chiare e innovative......
......Da ciascun appuntamento potranno uscire richieste, problemi, nodi, proposte, soluzioni che verranno messi a disposizione del percorso nazionale.....
..........Non vogliamo in alcun modo limitare il dibattito a temi prestabiliti – anzi, il nostro questionario, già distribuito in sala il 18, rimarrà on line per continuare a raccogliere le vostre idee e i vostri suggerimenti – ma vi segnaliamo una serie di nodi sui quali crediamo che dovremo comunque riflettere insieme.
Anna Falcone Tomaso Montanari
1) Attuazione della Costituzione
(Sovranità popolare; uguaglianza sostanziale; parità di genere; la democrazia nei partiti e nei movimenti – la separazione fra cariche politiche e cariche istituzionali; cancellazione del pareggio di bilancio nell’articolo 81)
2) Lavoro
(Ripristino dell’articolo 18 ed estensione delle tutele a tutte le forme di lavoro; reddito di dignità – partendo dalla proposta di Libera; lotta alla precarizzazione del lavoro e delle professioni intellettuali; riforma delle 6 ore lavorative e diritto al tempo)
3) Redistribuzione della ricchezza e giustizia sociale
(Riaffermazione del ruolo dello Stato in economia, nelle strategie di sviluppo, nella tutela dei diritti e nella erogazione dei servizi pubblici; diritto a un’equa retribuzione e parità di retribuzione fra uomini e donne: equità e progressività fiscale; strategie di contrasto all’evasione fiscale: tassa patrimoniale; tassa di successione sui grandi patrimoni)
4) Economia, Fiscalità e diritti sociali
(Diritto alla salute e potenziamento della prevenzione; accesso alla diagnostica genetica e alle cure più all’avanguardia; diritto all’assistenza sociale; sostituzione della politica dei “bonus” con servizi socio-assistenziali garantiti; diritto all’abitare e recupero del patrimonio immobiliare esistente)
5) Istruzione pubblica e libertà di manifestazione del pensiero
(Abrogazione della Buona Scuola; gratuità dell’università, da finanziare con la tassa di successione sui grandi patrimoni; potenziamento della ricerca pubblica; accesso alla conoscenza e alle reti informatiche; pluralismo e libertà dell’informazione)
6) Ambiente e patrimonio culturale
(Riconversione energetica ed energie verdi; consumo di suolo zero; un’unica grande opera pubblica: il risanamento ambientale, e la messa in sicurezza del territorio; abrogazione della riforma della conferenza dei servizi contenuta nella Legge Madia; abrogazione della riforma Franceschini e ricostruzione della tutela pubblica)
7) I migranti
(Una politica attiva di accoglienza; cittadinanza; integrazione; attuazione dell’articolo 10 della Costituzione; corridoi umanitari)
8) Giustizia
(La giustizia come “diritto sociale”: politiche di prevenzione, accorciamento dei tempi, certezza della pena, ampliamento dell’assistenza legale ai soggetti deboli e ai non abbienti; avvocati pubblici; contrasto attivo alla violenza di genere; condizioni di vita, sicurezza e diritti dei carcerati; ampliamento delle pene alternative)
9) Politica internazionale
(Il ruolo nell’Italia nel contesto internazionale; l’Italia ripudia la guerra – attuazione dell’articolo 11 della Costituzione; l’Europa: revisione dei trattati, l’euro, la costruzione della cittadinanza europea; no al CETA)
10) Lotta alle mafie e alla corruzione
(Prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata; interdizione definitiva dai pubblici uffici e dalle cariche pubbliche per i condannati per reati contro la P.A.; impiego sociale dei patrimoni confiscati; reinserimento sociale).
Buon lavoro, e a presto
Anna Falcone , Tomaso Montanari
Se vuoi contribuire alla nostra discussione invia un testo all’indirizzo perlademocraziaeluguaglianza@gmail.com
Se vuoi aderire al progetto basta compilare il form http://www.perlademocraziaeluguaglianza.it/2017/06/24/al-popolo-del-brancaccio-e-a-tutti-quelli-che-si-uniranno/
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sabato 24 giugno 2017


domenica 25 giugno 2017

Politica estera. Finalmente Alleanza popolare per la democrazia e l' uguaglianza inizia a parlare di politica internazionale

Sabato sera il sito dell' Alleanza popolare per la democrazia e l' uguaglianza ha pubblicato un articolo che accenna al percorso futuro verso le elezioni politiche. Dato il contesto, se il percorso funziona in maniera sufficiente l' esperienza andra' ben oltre le elezioni politiche prossime che  Renzi forse sta pensando di nuovo di effettuare entro la fine del 2017.
L' articolo ha elencato anche  10 punti chiamato nodi su cui riflettere e prendere assolutamente una posizione con proposte concrete.
Trai nodi per la prima volta troviamo la politica internazionale, al numero nove


Politica internazionale

La posizione dell' Italia nel contesto internazionale.

L' Italia ripudia la guerra - Attuazione dell' articolo 11 della Costituzione

Europa- revisione dei trattati europei, l' euro, costruzione della cittadinanza europea

opposizione al CETA


E' solo l' inizio ma si potrebbe costruire qualcosa di interessante.


sabato 24 giugno 2017

Dopo il Brancaccio, Fassina: Discontinuità anche con " l'Ulivo mondiale ", Clinton e l'Unione Europea,


Stefano Fassina prova a inserire la politica internazionale nel dibattito aperto dall' appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari.
I due "giovani" professori sono riusciti a lanciare il loro percorso e il dibattito che si sta sviluppando è di grandi dimensioni. I contenuti del processo che si è aperto non possono però essere limitati alla Costituzione Italiana e dipenderanno dal grado di democrazia che avrà la costruzione del programma e la scelta delle candidature. Se il processo avviato sarà sufficientemente indipendente dai partiti e dalle associazioni più grandi e, almeno in parte, espressione delle opinioni dei singoli partecipanti, allora il tentativo assumerà definitivamente un valore superiore alle esperienze elettorali collettive degli ultimi anni.
Sicuramente in questo caso vi entrerà in posizione non marginale anche il tema guerra-pace-spese militari.
Di seguito uno stralcio dell' articolo di Stefano Fassina che secondo me racchiude il senso complessivo del suo scritto:

"Come si può valutare la stagione dei governi di centrosinistra e dell’Ulivo, ma anche degli esecutivi berlusconiani e tecnici, senza considerare il contesto internazionale, l’Ue e l’eurozona? "

M.P.

Stefano Fassina
Il manifesto, 24 giugno 2017

Nell’assemblea del Brancaccio di domenica scorsa, ricca di tante energie civiche e politiche necessarie alla rigenerazione della sinistra di popolo, Tomaso Montanari ha offerto la periodizzazione giusta per spiegare il ritorno a livelli pre-costituzionali della disuguaglianza e riconoscere le responsabilità dei governi incardinati sulla sinistra storica: il quarto di secolo alle nostre spalle, non soltanto il quadriennio renziano del Pd.
Tuttavia, la spiegazione dei «fatti» non può essere ricondotta, soltanto o in misura prevalente, alla debolezza morale, alla dipendenza culturale, al «governismo» o all’opportunismo politico delle classi dirigenti susseguitesi dopo l’89 e, in particolare, dopo il biennio ’92-’93.
Lo sguardo va alzato su tutto l’occidente: dai New Democrats di Bill Clinton al New Labour di Tony Blair, alla Neue Mitte di Gerard Schroeder fino agli epigoni in tutti gli altri paesi europei, Italia inclusa. Allargare lo sguardo fa risaltare le determinanti strutturali della disuguaglianza e del ripiegamento culturale e politico dei governi progressisti post ’89, de «l’Ulivo mondiale», si diceva nel tempo dei governi della «Terza via» al di qua e al di là dell’Atlantico.
Tali determinanti, attivate da Reagan e Thatcher, segnano l’ordine liberista e finanziario del capitalismo globalizzato. Dopo, vengono alimentate dai governi progressisti del paese leader, gli Usa, dove la presidenza Clinton, fortemente condizionata dagli interessi di Wall Street e delle multinazionali manifatturiere, completa la de-regolazione dei mercati finanziari e bancari e consente alla Cina, praticamente senza condizioni, l’ingresso nel Wto.
Da noi, le determinati strutturali della disuguaglianza e della deriva subalterna della sinistra storica sono aggravate da un’integrazione europea avvenuta nel solco dell’egemonia ordo-liberista tedesca: dal Trattato di Maastricht, dal mercato unico e dal disinvolto allargamento a Est, in particolare da alcune devastanti direttive di svalutazione del lavoro (la Direttiva sui posted workers e la Bolkestein, ad esempio). Poi, con effetto moltiplicativo, dall’impianto della moneta unica e dall’agenda mercantilista imposta dalla Germania.
Come si può valutare la stagione dei governi di centrosinistra e dell’Ulivo, ma anche degli esecutivi berlusconiani e tecnici, senza considerare il contesto internazionale, l’Ue e l’eurozona? Come si possono rimuovere il «vincolo esterno» e le specificità dell’Italia, paese di medio-piccole dimensioni, prevalentemente avvinghiato a una specializzazione produttiva a scarso valore aggiunto, sostenuto dalla svalutazione della Lira fino al ’95 e dal ’92 in poi dalla svalutazione del lavoro, zavorrato da un enorme debito pubblico, fattore di ricatto potentissimo per le politiche economiche?
La denuncia degli «errori» dell’ultimo quarto di secolo non genera di per sé le condizioni di praticabilità politica delle soluzioni alternative giustamente invocate al Brancaccio.
Ovviamente, non dobbiamo rinunciare a obiettivi ambiziosi. Dobbiamo, però, definire percorsi praticabili. Non porta lontano invocare la riscrittura dei Trattati europei per conquistare spazi di manovra. Come noto, la modifica dei Trattati richiede l’unanimità e, in alcuni Paesi, è sottoposta a referendum. Soprattutto, per i «paesi core», i Trattati vanno bene così: il loro interesse nazionale è favorito. Ma a Trattati vigenti, come costruiamo le condizioni per la nostra agenda di discontinuità?
Un paio di esempi: la Germania pratica intensamente la svalutazione del lavoro, in particolare con le mitiche «Riforme Hartz», atto profondamente anti-europeo: fatto 100 nel 1998 il valore del tasso di cambio reale effettivo, un affidabile indicatore di competitività, nel 2015, la Germania scende a 88, la Francia sale a 102, l’Italia a 112. Noi che facciamo? Come compensiamo la cancellazione del Jobs Act e delle politiche supply side dei governi alle nostre spalle? Come la mettiamo con il «fiscal compact», in via di inserimento nei Trattati, per la svolta keynesiana da noi prospettata?
La triste parabola di Syriza, esecutore sofferente del più feroce dei Memoranda imposti alla Grecia dal 2010, dovrebbe farci riflettere.
Sono domande scomode, ma inevitabili, dato che il nostro compito non è soltanto allargare in Parlamento la rappresentanza degli esclusi attraverso l’elezione di eccellenze morali, civiche e sociali.
Al 50% più in difficoltà, fuori dal circuito elettorale, la rappresentanza non basta. Gli esclusi, il popolo delle periferie economiche, sociali e culturali, chiedono anche efficacia.
L’unità a sinistra del Pd, in alternativa al Pd, è condizione necessaria, come è necessaria la radicale discontinuità programmatica, per risposte credibili.

giovedì 22 giugno 2017

D'Alema-Kosovo, la Cassazione intervenne su profili procedurali, non sulla legittimità della guerra



Le parole che seguono sono il periodo finale di un articolo di F.Pallante su Il manifesto di oggi,
“Anche in questo caso, dunque, la Cassazione non ebbe modo di esprimersi né sulla legittimità né sulla illegittimità della guerra, ma si limitò a intervenire sui profili procedurali della vicenda svoltasi nel grado di merito.”
Segnalo anche che secondo molti la guerra in Kosovo del 1.999 fu illegale anche relativamente al diritto internazionale, non solo quindi per la legislazione italiana.
M.P.
Francesco Pallante
Il manifesto , 22 giugno 2017
Uno dei passaggi più applauditi del discorso con cui Tomaso Montanari ha aperto la manifestazione di domenica scorsa al Teatro Brancaccio è stato quello in cui – ricordando come molti dei «mali» di oggi originino da politiche avviate nella prima legislatura dell’Ulivo – ha denunciato l’«illegittimità» della guerra contro la Serbia. Intervistato martedì da Daniela Preziosi su questo giornale, Massimo D’Alema ha così replicato: «Vorrei spiegare a Montanari che di questo fui accusato da un gruppo di giuristi. Poi la Cassazione emise una sentenza che archiviò tutto riconoscendo la piena legittimità del mio agire».

In effetti, la Cassazione ha avuto modo di occuparsi, sia pure in modo peculiare, della vicenda in due occasioni.
All’origine della prima c’è uno degli episodi più controversi del conflitto: il bombardamento della sede della televisione Rts (Radio televisione serba), compiuto nella notte del 23 aprile 1999 da aerei della Nato, dopo che la stessa Rts aveva rifiutato di cessare le trasmissioni di «propaganda» (questa l’accusa della Nato) a sostegno del regime di Milosevic. Dopo la conclusione delle ostilità, i parenti di alcune delle sedici vittime si rivolsero al Tribunale di Roma, per vedere riconosciuta l’illiceità dell’attacco alla Rts e ottenere, di conseguenza, il risarcimento dei danni patiti ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile. In opposizione, l’Avvocatura dello Stato negò che la magistratura italiana avesse competenza in materia, proponendo regolamento preventivo di giurisdizione e così chiamando in causa la Corte di Cassazione. Ne scaturì l’ordinanza n. 8157 del 5 giugno 2002 delle Sezioni Unite civili, nella quale venne dichiarato, così come richiesto dall’Avvocatura dello Stato, il «difetto di giurisdizione» della magistratura italiana. Più precisamente l’ordinanza stabilì che, rispetto agli atti che costituiscono manifestazione di una funzione politica, tra cui rientrano gli atti di guerra, «nessun giudice ha potere di sindacato circa il modo in cui la funzione è stata esercitata». In definitiva: la Cassazione non svolse alcun esame di merito della controversia, non addivenendo al riconoscimento né della legittimità né della illegittimità della guerra o di un suo episodio. Molto più semplicemente, si fermò prima: all’affermazione dell’incompetenza della magistratura a pronunciarsi.
La seconda vicenda nacque invece dalla denuncia che alcuni cittadini, su iniziativa di parlamentari di Rifondazione comunista, presentarono nei confronti di D’Alema per i delitti di attentato alla Costituzione, usurpazione di potere politico o militare e strage, delitti che sarebbero stati commessi in conseguenza della partecipazione dell’Italia alla guerra. La denuncia venne assegnata per competenza al Collegio per i reati ministeriali presso il Tribunale di Roma e si concluse, il 26 ottobre 1999, con l’archiviazione del procedimento: sostanzialmente, perché i giudici non ravvisarono anomalie rispetto a quanto sancito dall’articolo 78 della Costituzione sulla deliberazione dello stato di guerra. I ricorrenti si rivolsero allora alla Cassazione chiedendo l’annullamento del decreto di archiviazione in virtù di un vizio procedurale: non essere stati informati della richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero e, per l’effetto, non aver potuto adeguatamente contestare in contraddittorio tale richiesta. Con la sentenza n. 36274 dell’8 ottobre 2001 la VI sezione penale della Suprema Corte statuì l’infondatezza del ricorso, negando che i ricorrenti potessero considerarsi «persone offese dal reato», essendo invece al più semplici «danneggiati dal reato», e dunque riconoscendo la correttezza della decisione del Tribunale di Roma di non dare loro avviso della richiesta di archiviazione. Anche in questo caso, dunque, la Cassazione non ebbe modo di esprimersi né sulla legittimità né sulla illegittimità della guerra, ma si limitò a intervenire sui profili procedurali della vicenda svoltasi nel grado di merito.


mercoledì 21 giugno 2017

Spia rossa accesa per la domanda globale di petrolio. Il dato USA sulle scorte di benzina


Anche le statistiche di oggi sulle riserve di petrolio e derivati USA ci diranno
che sono aumentate le scorte di benzina, l' API ha già segnalato in una sua nota di ieri questa tendenza. Il periodo estivo è il momento in cui si verifica il maggior consumo di benzina negli Stati Uniti, ma in questo momento le scorte stanno salendo invece di scendere, e sono ai massimi da 27 anni a questa parte. Ormai è un dato strutturale ed infatti le quotazioni del greggio stanno crollando.
Continuiamo a seguire questo dato che potrebbe essere il segnale decisivo della accelerazione della transizione energetica.

Marco

Dalla lettura dei futures sui principali indici europei si prospetta un avvio in ribasso per le borse continentali in scia alla chiusura in rosso di Wall Street e alle performance deludenti dei listini asiatici.
Gli indici americani hanno tentato un nuovo allungo in avvio, con l’ennesimo record storico del Dow Jones, ma si sono dovuti piegare al nuovo crollo del petrolio. Il Wti è infatti tornato sotto quota 43 dollari al barile per la prima volta da novembre 2016, appesantendo i listini azionari che hanno chiuso sui minimi intraday con perdite fra lo 0,3% del Dow Jones e l’1,1% del Russell 2000.
Arretrano in mattinata anche le Borse orientali, rintracciando dai massimi degli ultimi due anni realizzati nella seduta precedente, condizionate anche dalle tensioni militari tra Russa e Stati Uniti in Medio Oriente.
Fra le materie prime restano deboli le quotazioni del petrolio con il Wti a 43,4 dollari, poco distante dalla chiusura di ieri a 43,5 dollari. Nel pomeriggio verranno diffusi i dati settimanali dell’Eia sulle scorte americane, mentre l’Api ha stimato un calo delle riserve di greggio ma un incremento degli stock di benzina e distillati.



martedì 20 giugno 2017

D'Alema a Montanari:"Guerra in Kosovo illegale ? Chi ripete l' accusa ingiuria"


Tomaso Montanari al Brancaccio ha definito illegale la guerra in Kosovo portata avanti dall'Italia sotto la guida dell' allora premier D'Alema.

Le parole esatte riportate dal manifesto sono nel testo di questo post, quelle del titolo del post sono mie. E credo che non stravolgano quello che è scritto sul giornale.

Diffondo intanto la notizia di questa piccola polemica tra D'Alema e Montanari sulla guerra in Kosovo del 1.999. Sicuro che nessuno vorrà approfondirla.
 Da settimane sto segnalando l'assenza completa del tema della guerra dal percorso iniziato dopo l'appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari. Ed e' bastato un piccolo accenno di Montanari alla guerra in Kosovo a suscitare la reazione di D'Alema.
Insomma parlare di guerra è difficile per la sinistra, ma non accettiamo in silenzio la rimozione di un tema che sta travolgendo in questi anni milioni di persone e cambia anche la vita delle città occidentali.
Intervista a Massimo D’Alema di Daniela Preziosi su Il manifesto del 20 giugno 2017. 
A pag. 4 del giornale, in evidenza,
“Dico a Montanari che in Kosovo non c’e’ stata guerra illegale. L’ accusa è decaduta, chi la ripete ingiuria. Se davvero vuole unire eviti battute a caso.”
Nell’ articolo:
…«Da vecchio militante ho una certa esperienza di assemblee, in questa c’era un po’ di estremismo. A partire dall’introduzione di Tomaso Montanari», spiega a chi gli chiede  un giudizio. C’è dell’ironia. Ma la questione è  seria. D’Alema era in prima fila, a un passo dal palco, quando il combattivo giovane studioso ha elencato le colpe del vecchio centrosinistra. 
E, nel lungo elenco, ha scandito  «la guerra illegale in Kosovo».  
D’Alema, che era il presidente del consiglio in quel marzo ’99, non ha mosso ciglio. Ma ora replica: «Vorrei spiegare a Montanari che di questo fui accusato da un gruppo di giuristi. Poi la Cassazione emise una sentenza che archiviò tutto riconoscendo la piena legittimità del mio agire». Perché, spiega, l’art.11 della Costituzione dice che «l’Italia ripudia la guerra» eccetera, «ma poi anche che consente alle limitazioni di sovranità necessarie agli obblighi derivanti dai trattati internazionali». La conclusione è tagliente: «L’accusa è decaduta, se lui la rilancia è una calunnia».
Non che intenda passare alle carte bollate, l’ex presidente del consiglio. Ma «il mondo è complesso, prima di parlare meglio informarsi, non ci si aspetta da un illustre storico dell’arte una sortita inutile e dannosa. Non si fanno battute a caso, tanto più se si lavora ad unire la sinistra». Segue racconto dei suoi ritorni in Serbia, dei giovani che lo hanno ringraziato perché quella guerra fu l’inizio «del ritorno alla libertà». Ma questa sarebbe un’altra storia……

…..«sono diventato buono, so che i giornalisti hanno nostalgia del D’Alema cattivo ma invece, vede, ho ascoltato quelle calunnie sul Kosovo e sono rimasto seduto. In altri tempi mi sarei alzato e me ne sarei andato. A proposito, andrò a piazza Santi Apostoli il primo luglio, lo considero un mio dovere di militante».

lunedì 19 giugno 2017

Petrodollaro-Ecco perchè Trump vuole ritardare la fine dell'era fossile


L'articolo spiega i rischi del dollaro se una parte del petrolio venisse venduta con lo Yuan.
Ma il dollaro rischia molto di più con la transizione energetica che arrivera' velocemente nei prossimi 10-20 anni.
E' per questo che Trump vuole ritardare il più possibile la fine dell' era fossile.
M.P.
Dan Glazebrook

Per gli Stati Uniti, la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Nel 2012 l’Iran ha cominciato ad accettare lo yuan per i suoi pagamenti di petrolio e gas, seguita dalla Russia nel 2015. Se questo continuerà, potrebbe letteralmente indicare l’inizio della fine del potere globale statunitense. Il dollaro è la principale moneta di riserva del mondo in primo luogo perché il petrolio è attualmente negoziato con esso. I paesi che cercano riserve di valuta estera come assicurazione contro le crisi delle proprie valute tendono a guardare al dollaro proprio perché è effettivamente “convertibile” in petrolio, la principale commodity mondiale.
Questa sete globale per i dollari è ciò che consente agli Stati Uniti di stamparne quantità infinite, praticamente gratis, poi scambiabili con beni e servizi reali di altri paesi. Questi sono i cosiddetti “privilegi del signoraggio”, ovvero la capacità di assorbire quantità sempre crescenti di beni e servizi da altri paesi senza dover fornire in cambio qualcosa di equivalente valore. A sua volta, è questo privilegio che aiuta a finanziare i clamorosi costi della macchina militare statunitense, che al momento vanno oltre i 600 miliardi di dollari annui.
Tuttavia, tutto questo sistema si sfascierà se anche altri paesi smetteranno di usare il dollaro come principale valuta di riserva. E smetteranno di farlo una volta che le fonti di petrolio non verranno più negoziate in dollari. Questo è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti volevano così tanto far fuori Saddam dopo che aveva iniziato a trattare il petrolio iracheno in euro.
Ma pian piano questo cambiamento sta avvenendo. Nel 2012 la Banca Popolare Cinese ha annunciato che non avrebbe più incrementato le proprie dotazioni di dollari statunitensi, e due anni dopo la Nigeria ha aumentato le proprie partecipazioni di yuan nelle sue riserve valutarie estere dal 2% al 7%. Molti altri paesi si stanno muovendo nella stessa direzione.
Allo stesso tempo, la Cina ha fatto shopping d’oro, stabilendo il suo prezzo per l’oro in yuan due volte al giorno nel 2012 come parte di ciò che il presidente dello Shanghai Gold Exchange ha definito l'”internazionalizzazione del renminbi [yuan]”, col fine di rendere il yuan completamente convertibile in oro. Quando questo accadrà, la scelta per i paesi produttori di petrolio, tra il negoziarlo in dollari sempre più inutili o in renminbi convertibili in oro, sarà un problema. Per il Qatar, l’attrazione potrebbe essere irresistibile già da ora.
Da qui l’urgenza di punire in modo preventivo il Qatar per la sua probabile mossa verso un accordo con l’Iran per rifornire l’Asia di LNG a prezzi yuan. L’obiettivo è quello di dimostrare che, per quanto a lungo termine possa essere economicamente suicida infastidire l’Iran e continuare a scambiare in dollari, nel breve sarà politicamente suicida fare qualsiasi altra cosa.
Quanto Trump e i suoi amici arabi siano pronti ad accettarlo, resta da vedere. Ma il presidente ha ripetutamente detto che il precipuo motivo di avere un esercito è quello di usarlo.


venerdì 16 giugno 2017

Prezzo del petrolio: l' aumento delle scorte USA di benzina più significativo della produzione shale gas.


Le scorte di benzina negli Stati Uniti sono ancora in crescita a giugno nonostante l' inizio della stagione estiva, “ Un dato davvero anomalo” scrive il Sole 24 ore.
Il totale delle scorte ammonta a 242 milioni di barili , il massimo da 27 anni a questa parte, e le raffinerie statunitensi potrebbero rallentare la raffinazione facendo in questo modo salire le scorte di greggio o diminuire la produzione USA o le importazioni.

Invece la produzione USA di crude è prevista nel 2017 a 9,43 mb/g, in crescita notevole rispetto al 8,87 mb/g del 2016, ma stabile se confrontata ai 9,45 mb/g di media del 2015.

L' influenza dello sviluppo dello shale gas USA sull' aumento di offerta di petrolio e diminuzione del suo prezzo è data per scontata da tutti, cominciamo a capire invece l' importanza del dato della benzina USA.

Un rallentamento della domanda di benzina negli USA potrebbe essere la spia di una inversione di tendenza mondiale. Il segnale di un calo definitivo del consumo di benzina causato dallo sviluppo della mobilità elettrica, ibrida e dell' efficienza energetica dei veicoli. Questo accadrebbe prima negli USA e poi, inevitabilmente, nel mondo intero. Dopo il calo della domanda di benzina arriverebbe inesorabile anche il calo della domanda di petrolio nel suo complesso.

Tutto questo per solo per sottolineare che il dato statistico USA sulla domanda di benzina sarà in un futuro molto prossimo un indicatore importantissimo.


M.P.

giovedì 15 giugno 2017

Inizia oggi, 15 giugno, la Conferenza ONU per proibire le armi nucleari (sessione finale)



Inizia oggi a New York la Conferenza ONU per proibire le armi nucleari (sessione finale): Giorno storico per le speranze di sopravvivenza dell'Umanità !
15.06.2017 - Comunicato stampa dei Disarmisti Esigenti (www.disarmistiesigenti.org)
per info: 340-0736871 - 349-7865685
Oggi a New York, nella sede delle Nazioni Unite si apre la sessione finale (15 giugno – 7 luglio) dei negoziati deliberati dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale il 23 dicembre scorso, che hanno il compito di stabilire “uno strumento legalmente vincolante per proibire le armi nucleari e volto alla loro totale proibizione”.
Ricordiamo che le armi chimiche e quelle batteriologiche sono vietate da apposite convenzioni internazionali, il loro uso o la loro produzione sono crimini verso l’umanità: nulla di simile esiste fino ad oggi per le armi nucleari, che sono le più inumane di tutte, anche per gli effetti devastanti permanenti che provocherebbero. Senza contare che potrebbero scatenare una guerra persino per incidente, per caso o per errore (vedi caso Petrov che il 26 settembre 1983 evitò la ritorsione sovietiva su un falso allarme di attacco missilistico contro Mosca).
Un fattore assolutamente nuovo è che all’origine di questi negoziati è stata un’eccezionale mobilitazione della società civile in tutto il mondo: nel 2006 l’Ippnw (International Physicians for the Prevention of Nuclear War) lanciò l’iniziativa globale Ican (in inglese «Io posso», ma acronimo di International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), che ha coinvolto più di 440 organizzazioni in un centinaio di paesi, ed ha esercitato una forte pressione sui rispettivi governi, approdando il 7 dicembre 2015 alle Nazioni unite, che fece proprie le finalità della campagna e istituì un apposito organismo (Open-ended Working Group).
Questi negoziati, approvati a grandissima maggioranza dall’Assemblea Generale (113 Stati membri hanno votato a favore, 35 contrari e 13 astenuti), hanno creato uno scompiglio generale. Essi riflettono una volontà degli Stati non nucleari a non essere più presi in giro: dopo la stipula del Trattato di Non Proliferazione nel 1970 chiedono con insistenza, ma inascoltati, che gli Stati nucleari ottemperino all’obbligo dell’Art. VI del trattato di condurre “trattative in buona fede” per il disarmo nucleare, e generale, totale. Dopo tanti decenni ormai è provata al contrario l’assoluta e pervicace mala fede degli Stati nucleari!
I quali hanno fatto la scelta di boicottare questi negoziati, e di fatto stanno investendo centinaia di miliardi di dollari per i prossimi decenni per l’ammodernamento dei propri arsenali! E con loro hanno deciso di non partecipare i paesi membri della Nato (con la meritevole eccezione dell’Olanda, la quale dimostra che se si vuole si può). Il governo italiano pervicacemente tace, malgrado le molte ed autorevoli petizioni a partecipare e contribuire positivamente al successo dei negoziati: ormai sembra evidente che la nostra classe politica “ci tiene”, come un fiore all’occhiello, ad ospitare sul nostro territorio una settantina di testate termonucleari! E a consentire che la VI Flotta USA "non confermi né smentisca" di ospitare a bordo delle sue unità a propulsione atomica qualche testata. Le quali ci renderebbero un bersaglio primario di un’eventuale guerra nucleare: un vero “servizio” per il popolo italiano.

Il 27 ottobre 2016 il Parlamento Europeo si espresse a favore del supporto e della partecipazione ai negoziati, ma attualmente i paesi della “Disunione Europea” si muovono in ordine sparso. L’Irlanda e l’Austria sono state tra i promotori di questa iniziativa; Malta, Cipro e la Svezia si sono uniti a loro nel votare a favore; la Finlandia e i Paesi Bassi si sono astenuti. Il 7 luglio si concluderà un trattato, fortemente voluto dall’opinione pubblica di tutto il mondo, che diventerà legge internazionale giuridicamente vincolante e depositato presso le Nazioni Unite, nel quale i Paesi assenti non avranno fatto valere i propri interessi e valori. Diventeranno legge internazionale disposizioni come il divieto di stazionare armi nucleari in Paesi terzi che è stato incluso nel nuovo testo. Tali disposizioni creeranno difficoltà per i Paesi Nato che, come l’Italia, ospitano sistemi nucleari americani sul proprio territorio. I paesi non nucleari, e l’opinione pubblica mondiale, avranno comunque a disposizione un fortissimo strumento di pressione giuridica e morale e potranno stigmatizzare di fronte alla storia l’atteggiamento criminale di coloro che non si adegueranno all’obbligo di eliminare le armi nucleari.

martedì 13 giugno 2017

18 giugno. Per la sinistra parlare di guerre è scomodo, ma le armi italiane ed europee uccidono e distruggono.



Per la sinistra parlare di guerre e' scomodo, ma le armi europee spesso uccidono e distruggono la vita di singole persone e la vita sociale di numerose comunità. Terrorismo e molte migrazioni forzate nascono da questo.


Il 18 giugno al Teatro Brancaccio di Roma si riunirà una assemblea che Anna Falcone e Tomaso Montanari, tra gli animatori più impegnati dei comitati per il No al referendum del 4 dicembre, hanno proposto a partiti, movimenti, associazioni, per discutere di una lista unitaria della sinistra alle prossime elezioni politiche che si terranno non più tardi dell' aprile 2018.
Nell' appello per "Una alleanza popolare per la democrazia e l' uguaglianza" e' centrale il tema della lotta alla disuguaglianza ma probabilmente questa è riferita solo alle persone presenti nel territorio dell' Unione Europea.
E' infatti completamente assente ogni riferimento alle guerre in corso, anche quelle molto vicine a noi, vedi Libia, ma fuori dal perimetro dell' UE. Nell’ appello non si parla del coinvolgimento italiano, diretto o indiretto, in quei conflitti armati, delle armi italiane ed europee che sono vendute, spesso da imprese di proprietà pubblica, a paesi impegnati in quei conflitti armati, e che uccidono anche migliaia di civili, compresi bambini.


Bombe partite dalla Sardegna uccidono civili e bambini yemeniti
La vicenda delle bombe che dalla Sardegna arrivano poi ad uccidere nello Yemen, lanciate dai nostri alleati dell' Arabia Saudita, riassume da sola molti di questi atteggiamenti. Non parlarne in occasione di elezioni politiche e' complice, non parlarne per poi dedicare fiumi di parole a Renzi e Pisapia e' tragicamente grottesco.


Qualche commento all' appello ha citato il tema pace-guerra-spese militari-mercato di armi.

Ne hanno scritto Cremaschi e il gruppo milanese comprendente Agnoletto, Basilio Rizzo,Molinari. Un articolo di Livio Pepino ha accennato a possibili tagli alle spese militari, uno scritto di Pugliese e Valpiana, del Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, ha suggerito l' "aggiunta della nonviolenza" al percorso iniziato. Enrico Peyretti, sempre generoso attivista oltre che studioso e divulgatore della cultura nonviolenta, ha suggerito in una lettera al Manifesto una integrazione al testo dell' appello.


Nonostante questo, anche il comunicato successivo con il quale Falcone e Montanari convocano al Brancaccio l' assemblea del 18 giugno ignora completamente l' argomento, pur citandone molti altri:


'...concentrare risorse ed energie sui problemi quotidiani delle persone e sui grandi temi delle nostre società: lavoro, salute, istruzione, solidarietà e inclusione sociale, pari opportunità, riconversione energetica, sviluppo sostenibile, equità fiscale..."


Ma alle elezioni politiche delegheremo il futuro capo del governo italiano anche a discutere e a decidere di guerre e relazioni internazionali, spesso con i governanti delle grandi potenze.


A questo punto credo che nessuno dei protagonisti principali della riunione di domenica abbia intenzione di dedicare attenzione alle guerre e alle nostre armi usate nei conflitti armati.
Nessuno polemizzerà con i No Muos o difenderà Gentiloni e Pinotti, ma le guerre saranno completamente assenti dalle parole dei protagonisti principali dell’ incontro o saranno citate in modo generico.
Sia chiaro, nessuno polemizzerà con i No Muos o con i comitati sardi che si oppongono alle basi USA e Nato nei loro territori, nessuno loderà Gentiloni e Pinotti che accettano la richiesta USA di aumentare le nostre spese militari.
Sarebbe impopolare e impossibile farlo. Ma e' invece facilissimo glissare sul tema e parlare di altro.
Si parlerà molto di Renzi e Bersani e le guerre e i mercanti di armi europei saranno considerate fuori tema.


E pensare che la rottura tra la sinistra radicale e il suo popolo, "una minoranza di massa" molto attiva all' inizio degli anni 2.000, spesso e' stata causata da temi internazionali.
Ricordo il 9 giugno 2007, in occasione della visita di Bush a Roma, quando 100.000 manifestanti, senza la sinistra istituzionale, moderata o radicale che fosse, sfilavano nel centro di Roma, mentre gli esponenti dei partiti e dell' associazionismo legati al centro sinistra spiegavano le loro ragioni a mille persone nella enorme Piazza del Popolo.


Domenica si parlerà, per fortuna anche se frettolosamente, dei catastrofici cambiamenti climatici. Ma è possibile che qualcuno, come e' stato fatto in alcuni articoli, li presenterà solo come una "ripicca" dell' ignorante Trump contro il premio Nobel per la pace Obama. Gli USA per la sinistra italiana non hanno niente da temere dalla fine dell' "era fossile". "Petrodollari" è una voce dell'Enciclopedia Treccani ma la parola non è presente nel vocabolario delle associazioni e degli ambienti politici della sinistra attuale.


Molti amici, amiche, compagni, sono d' accordo con queste mie opinioni, e le esporrebbero anche molto meglio di quanto faccia io. Credono però che sia inutile farlo.

Io ho più fiducia nelle molte persone disinteressate che nell' Italia delle 100 citta' e dei 8.000 comuni hanno tenuto in piedi per decenni la sinistra italiana e credo che il loro impegno abbia reso migliore il nostro paese. A loro bisogna spiegare nei dettagli la guerra nello Yemen e le nostre responsabilità nelle sofferenze di questo povero paese, non lasciarle sole davanti agli argomenti imposti dai media e dagli opinion laeders della sinistra che vanno di moda al momento. Gli attivisti di base e i simpatizzanti della sinistra sono molto più disinteressati e meno opportunisti di questi ultimi. Ma dobbiamo esporre loro le ragioni contro le guerra, e contro il mercato delle armi che l’ Italia cinicamente sostiene, con continuità, pazienza e fermezza.


I care.


Marco Palombo

venerdì 9 giugno 2017

Livorno,17 giugno. Liberiamoci dalla minaccia delle armi nucleari



17 giugno 2017 -----ore 21------- CENTRO DONNA----- Largo Strozzi, n 3-----  LIVORNO

LIBERIAMOCI DALLA MINACCIA DELLE ARMI NUCLEARI
iniziativa nell’ambito della giornata internazionale di mobilitazione e sensibilizzazione in concomitanza della riapertura dei lavori
della CONFERENZA ONU (aperta agli stati e alla società civile) per la stesura del
Trattato di Interdizione delle ARMI NUCLEARI.

Promossa da
WILPF Italia (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà)

Obiettivi
Informare e sensibilizzare sull’ incombente minaccia degli armamenti nucleari a livello mondiale, nazionale e territoriale
Evidenziare l’impatto ambientale in relazione alla sicurezza dei territori e alla salute della popolazione, anche nel quadro degli Accordi sul Clima di Parigi dicembre 2015

Relatori

Angelo Baracca - Professore di fisica Università Firenze
Alfonso Navarra - Disarmisti Esigenti
Roberto Benassi - Comitato No Guerra No Nato
Un esponente della Rete Civica Livornese Contro la Nuova Normalità della Guerra

Saluti : Giovanna Papucci (Centro Donna)

Introduce Giovanna Pagani (WILPF Italia, Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà)
Coordina un Rappresentante RETE Civica Livornese CONTRO la NUOVA NORMALITA’ della GUERRA
Clirim Muca (poeta e scrittore) leggerà alcuni testi satirici di cui è autore

Verrà esposta la MOSTRA “ESIGETE IL DISARMO NUCLEARE TOTALE”, curata da Luigi Mosca (fisico nucleare) e Alfonso Navarra, che successivamente verrà portata nei quartieri di Livorno.

L’evento sarà preceduto da un Gruppo di Lavoro sulla Bozza Gomez (la bozza del Trattato di Interdizione delle Armi Nucleari) per individuare gli emendamenti che la delegazione Italiana proporrà durante la seconda sessione dei lavori della Conferenza ONU a New York (15 giugno-7 luglio). I risultati della riunione tecnica che si svolgerà presso il Centro Donna venerdì 16 nel pomeriggio a cui parteciperanno competenti giuristi in materia di disarmo nucleare, verranno esposti durante l’incontro del 17.

Ore 18 Terrazza Mascagni FLASH MOB: “Facciamo Volare le Gru Antinucleari”


lunedì 5 giugno 2017

Come un lampo la rivoluzione energetica. USA e Saud non possono aspettare, e infatti....


La rivoluzione energetica arriva come un fulmine a ciel sereno e sarà guerra mondiale. Nel prossimo futuro potrebbe esserci anche una difficile pace, ma solo se capiremo e ci muoveremo in tempo e in modo adeguato.

Ho capito la teoria del picco petrolifero di Hubbert nel 2004, quando ormai da un anno USA e Gran Bretagna, grandi potenze nemiche dell’ euro, erano entrate in Iraq, paese che tra le altre cose minacciava di vendere il proprio petrolio nella nuova moneta dell’ Unione Europea.
Non a caso quella volta Germania, Francia e parte del centro sinistra italiano si schierarono apertamente contro la guerra in arrivo e milioni di persone scesero in piazza in tutto il mondo nel tentativo di impedirla.
Ma, se nel 2002-2003 fosse stata già divulgata a livello di massa la teoria di Hubbert, l’ opposizione alla guerra irachena sarebbe stata molto più decisa di quanto è stata.

Ora nel 2017, l’Iea, agenzia energetica dei paesi OCSE, ci avverte che se fosse applicato l’ accordo di Parigi i consumi petroliferi dal 2020 inizierebbero a diminuire. Sarebbe la partenza ufficiale della rivoluzione energetica dall’ era fossile e petrolifera all’ era delle rinnovabili, e l’ Iea ci avverte inoltre che, anche se quanto previsto nel 2015 in Francia non fosse implementato completamente, comunque ormai i consumi petroliferi crescerebbero di pochissimo: 8 mb/g nei prossimi 23 anni, per poi fermarsi, contro i 4 mb/g degli ultimi 3 anni. Si, avete letto bene.

Trump si è pronunciato contro l’ accordo Cop21 del 2015 e secondo qualche autorevole professionista dell’ ambientalismo, alla base della difficile e impopolare decisione del miliardario, in contrasto anche con suoi collaboratori strettissimi, non ci sarebbe nessuna logica economica o politica; la scelta sarebbe dovuta solo ad una ripicca verso il suo predecessore alla presidenza USA, Obama. 
Ma nonostante il parere di questi professionisti dell’ ambientalismo, il passaggio dall’ era fossile a quella delle rinnovabili, che avverrà in tempi e modi oggi imprevedibili, sarà molto rischioso per l’ egemonia economica statunitense sul pianeta.
Le vendite petrolifere avvengono nella loro quasi totalità in dollari statunitensi e questo permette agli USA di avere enormi vantaggi nello stampare moneta, e permette a Washington di finanziare più facilmente il suo enorme debito pubblico. Non sarà agevole mantenere questo meccanismo quando le dimensioni del mercato petrolifero saranno ridotte rispetto agli ultimi decenni.

Nello stesso tempo l’ arretramento dell’ importanza del petrolio nel mercato energetico colpirà l’ Arabia saudita e alcuni suoi alleati stretti, meno il Qatar che ha pochissimi abitanti e che guadagna anche dalle proprie enormi riserve di gas. Inoltre l’Arabia saudita, che ha sempre puntato a tenere alto il prezzo del greggio anche togliendo dal mercato milioni di barili al giorno che avrebbe potuto produrre facilmente, si imbatterà nella rivoluzione energetica proprio quando vuole mettere sul mercato azionario parte della propria impresa energetica nazionale, la Saudi Aramco.  
Aramco, da Arabian American Oil Company, perché fu fondata dagli USA nel 1933  e passò progressivamente in mano saudita solo a partire dal 1973, guarda caso anno di  inizio del sistema del Petrodollaro.
La più grande operazione finanziaria di tutti i tempi, così è tuttora definita la quotazione in Borsa della Saudi Aramco, rischia di trasformarsi in uno storico flop, soprattutto se arriverà nel mondo la consapevolezza dell’ arrivo della rivoluzione energetica lampo.

In questo quadro, Iraq e Iran stanno incrementando enormemente la propria produzione petrolifera, sviluppatasi negli ultimi decenni in modo ridotto a causa delle sanzioni che hanno colpito i due paesi, e la loro concorrenza disturba i sauditi.
La situazione è tale che Stati Uniti e Arabia Saudita non possono guardare dalla finestra come andranno le cose, ma devono agire prima che il mondo si interessi a questi dati stranoti, anche se nessuno vuole metterli in evidenza e spiegarli, e prima che si muova chi non ama le guerre.

E così USA, oggi guidati da Trump, e Arabia saudita, sempre guidata dalla dinastia Saud, hanno iniziato ad agire. E’ il momento che si muovano anche i pacifisti.

Marco 

sabato 3 giugno 2017

Trump contro l' accordo di Parigi senza alcuna logica economica ? Petrodollari, dall' Enciclopedia Italiana Treccani

da www.treccani.it
PETRODOLLARI
Enciclopedia Italiana - IV Appendice (1979)
di Mario Arcelli
PETRODOLLARI. - Col termine "petrodollari" si sogliono designare genericamente quelle enormi quantità di valute di riserva (in gran parte dollari) che i paesi esportatori di petrolio hanno incassato e continuano a percepire in seguito al repentino e massiccio aumento del prezzo del greggio deciso dall'OPEC (il cartello degli stati esportatori di petrolio) nell'ultimo trimestre del 1973, immediatamente dopo la guerra del Kippur. Il drastico aumento del prezzo del petrolio, che si è quadruplicato in brevissimo tempo, è la causa fondamentale della crisi petrolifera i cui effetti si sono tradotti in primo luogo nel peggioramento dei saldi delle bilance dei pagamenti dei paesi industrializzati e dei paesi in via di sviluppo importatori di petrolio, in misura più o meno grande in relazione al diverso peso che le importazioni di questa fonte di energia hanno sulle diverse economie, e in un corrispondente accumulo di fondi da parte dei paesi OPEC (tab. 1).
Il cosiddetto riciclaggio dei p. riguarda pertanto la messa in atto di una serie di meccanismi operativi nel sistema monetario internazionale per far sì che i deficit nelle partite correnti delle bilance dei pagamenti, prodotti dall'accresciuto costo delle importazioni di petrolio, trovino il loro finanziamento nei surplus dei paesi esportatori, opportunamente canalizzati verso i paesi deficitari.
In effetti l'impossibilità di eliminare, almeno nel breve periodo, il deficit petrolifero globale dei paesi industrializzati attraverso maggiori importazioni di manufatti e impianti da parte dei paesi esportatori di petrolio, e la dimensione di tale squilibrio, hanno imposto il ricorso al riciclaggio dei p. come misura indispensabile, fino a quando i trasferimenti reali non adegueranno i redditi mondiali al mutamento delle ragioni di scambio. Tenuto conto che una sterilizzazione dei surplus dei paesi esportatori di petrolio volta a sottrarre tale liquidità al sistema creditizio internazionale era contraria sia agl'interessi particolari dei paesi eccedentari sia a quelli dell'intera collettività internazionale, appariva fuori discussione l'esistenza sostanziale di fondi disponibili per il finanziamento dei deficit petroliferi.
I problemi sorgevano nella fase di canalizzazione di tali disponibilità verso le economie che maggiormente ne abbisognavano. Le difficoltà nascevano dal fatto che non era possibile, entro i limiti di una prudente politica bancaria, effettuare l'intera operazione attraverso i normali canali privati, dato che il rischio sarebbe presto divenuto insostenibile: sia perché più fondi avrebbero dovuto essere indirizzati proprio verso le economie meno solide, sia per la preferenza dei paesi produttori di petrolio per impieghi a breve termine, mentre le esigenze dei paesi deficitari erano soprattutto per prestiti a lungo termine. Il riciclaggio dei p. richiedeva pertanto, oltre all'utilizzo dei canali bancari e privati, l'intervento di organismi internazionali, nonché accordi diretti di finanziamento tra stati. Tenendo presenti i canali esistenti (tab. 2), e quelli in fase di attivazione, il riciclaggio dei p. sembra in effetti realizzarsi attraverso i seguenti circuiti:
1) Una parte dei fondi viene collocata sul mercato dell'eurodollaro, lasciando il compito di canalizzare i fondi alle banche operanti su tale mercato. La dimensione netta del mercato dell'eurodollaro, dell'ordine dei 200 miliardi di dollari, testimonia la rilevante capacità di assorbimento e di distribuzione di cifre enormi. Ciò non elimina tuttavia l'insoddisfazione per una struttura creditizia sottoposta a scarsissimi controlli, mentre i rischi diventano sempre più rilevanti; e soprattutto non risolve il dubbio se sia adeguata in termini di equilibrio dei pagamenti internazionali una redistribuzione dei fondi basata su meccanismi quali i tassi d'interesse e aperture di credito concesse in base a criteri di valutazione bancaria. Inoltre nei limiti in cui risultano prevalenti i depositi a breve, la situazione internazionale è sottoposta a notevole instabilità. Infatti tali fondi sono altamente volatili e possono quindi contribuire ad alimentare repentini flussi di capitale atti a sconvolgere il sistema dei cambi.
2) Accanto al mercato dell'eurodollaro va però considerato il mercato delle eurobbligazioni. L'espansione di tale mercato si pone come alternativa alla concessione di ulteriori eurocrediti. Il mercato delle euroemissioni costituisce infatti un circuito supplementare rispetto all'intermediazione bancaria, per il riciclaggio dei petrodollari. Il suo recente attivo funzionamento ha in parte consolidato la struttura di entrambi i mercati.
3) Altre disponibilità vengono investite direttamente sui grandi mercati monetari e finanziari dei paesi più progrediti. I paesi esportatori di petrolio investono una parte delle loro riserve in depositi di banche americane e inglesi e in titoli negoziati a Londra e a New York. Le capacità di assorbimento di tali mercati sono enormi anche perché inizialmente le operazioni d'investimento assumono la forma di un semplice trasferimento di proprietà di attività finanziarie possedute dalle banche centrali dei paesi importatori di petrolio a quelle dei paesi esportatori. Tale canale non esclude un ulteriore riciclaggio verso paesi terzi, con la concessione di crediti e l'esportazione di capitali da parte di banche e di residenti americani verso i paesi in deficit. Poiché sostanziali ammontari di p. restano investiti a New York senza un successivo riciclaggio verso paesi terzi, potrebbero nascere problemi di scarsità della liquidità internazionale.
4) Altri fondi vengono destinati dai paesi esportatori di petrolio a investimenti diretti o di portafoglio, in operazioni immobiliari e nella formazione di joint ventures con imprese dei paesi industrializzati. I timori di condizionamenti politici hanno però indotto i paesi industrializzati a porre limiti e remore a tali forme d'investimento dei petrodollari.
5) Altre disponibilità sono state riciclate in qualche caso con la concessione di prestiti e di dilazioni nei pagamenti ai paesi importatori di petrolio o di deposito di somme in conto futuri pagamenti per acquisti di impianti. I paesi petroliferi stanno infatti elaborando ampi programmi di sviluppo che richiedono l'importazione di tecnologie e di impianti e l'esecuzione di massicci progetti d'investimento in opere pubbliche, con il concorso di imprese di paesi più progrediti. Tale collaborazione ha luogo nel quadro di accordi bilaterali tra stati importatori ed esportatori di petrolio. I canali finora menzionati tendono tuttavia a indirizzare le disponibilità valutarie verso le economie più progredite e finanziariamente più solide. Essenziale appariva dunque l'attivazione di meccanismi addizionali, posti in essere da accordi internazionali per correggere la circolazione delle disponibilità che, se affidata esclusivamente alle scelte e alle indicazioni del mercato, avrebbe aggravato gli squilibri iniziali.
6) Grande rilievo acquista in questo quadro la decisione del Fondo monetario internazionale del 13 giugno 1974 di creare un nuovo meccanismo di credito che completasse l'assistenza fornita in base ai General Arrangements to Borrow, per aiutare i paesi membri le cui bilance dei pagamenti fossero state sostanzialmente squilibrate dall'aumento del costo del petrolio a superare il difficile periodo di transizione. La dotazione di questo nuovo strumento creditizio, equivalente a 3 miliardi in diritti speciali di prelievo, era sottoscritta dai paesi OPEC e dal Canada.
Nell'ambito di tale filosofia di cooperazione si collocano anche i successivi piani Kissinger-Simon, che riprendevano una proposta OCSE, e Healy-Witteveen. Mentre il piano Healy-Witteveen, sulla linea del Fondo monetario internazionale, proponeva una riedizione dello "sportello petrolifero" finanziato con conferimenti da parte dei paesi produttori di petrolio e aperto sia ai paesi industrializzati sia ai paesi in via di sviluppo; il piano Kissinger-Simon delineava invece la creazione di un fondo, definito "rete di salvataggio", di 25 miliardi di dollari a uso esclusivo e con contributi dei paesi industrializzati.
Entrambe le tesi hanno avuto parziale accoglimento nelle decisioni prese a Washington a metà gennaio 1975 nell'ambito del Gruppo dei Dieci e del Gruppo ad interim del Fondo monetario internazionale. Il piano Kissinger-Simon è però rimasto sostanzialmente allo stadio di progetto.
7) Nel caso dei paesi europei è poi stata discussa anche l'attivazione di prestiti emessi dalla Comunità europea e sottoscritti dai paesi esportatori di petrolio, che ove vi sia necessità, saranno messi a disposizione dei paesi membri maggiormente colpiti dalla crisi.
8) Infine sono allo studio nuove forme di assistenza alle economie in via di sviluppo. Sotto questo profilo i paesi esportatori di petrolio hanno manifestato l'intenzione di creare nuovi organismi per facilitare il compito di convogliare gli aiuti verso le economie più bisognose, e inoltre gl'Istituti già esistenti, come la Banca mondiale e le diverse Banche di sviluppo, potranno ricercare fondi per i loro programmi di sviluppo, mutuando dai paesi esportatori di petrolio.
Secondo il consuntivo del giugno 1979, pur non essendo attivati tutti i canali previsti, il riciclaggio dei p. ha smorzato gli effetti della crisi petrolifera. Ciò vale soprattutto per i paesi industrializzati, la cui posizione è prodigiosamente migliorata nel 1975-78 sotto il profilo della bilancia dei pagamenti sia per le misure adottate, sia per le migliorate ragioni di scambio, sia per la crescita delle importazioni di prodotti manifatturati da parte dei paesi OPEC in misura imprevista. Quando il riciclaggio dei p. sembrava aver quasi esaurito lo scopo, almeno per i paesi industrializzati, grazie ai ritrovati equilibri dei conti con l'estero, la nuova crisi del 1979 ne ha riproposto l'attualità. L'aumento dei prezzi del petrolio nel 1979, alimentato dagli avvenimenti iraniani, sebbene meno dirompente che nel 1973-74, sembra destinato a ripetersi rendendo di nuovo rilevanti i meccanismi di riciclaggio dei surplus dei paesi OPEC. La fragilità del sistema monetario internazionale rende più complessi i dati della situazione. La nuova crisi ha inoltre aggravato la già precaria posizione dei paesi in via di sviluppo. Per essi l'attenuazione degli squilibri e le possibilità di crescita dipenderanno nel lungo periodo da come l'operazione di riciclaggio dei p. potrà interessare tali economie. L'accumulo di attività finanziarie sull'estero conseguente all'impiego di p. ha mutato profondamente i rapporti tra economie industrializzate e paesi OPEC, conferendo a questi ultimi anche un maggior peso politico.
Bibl.: Morgan Guaranty Trust Co., World Financial Markets, Rassegne mensili dal nov. 1973; M. Arcelli, Il riciclaggio dei petrodollari: problemi e linee di soluzione, in Le Compere di San Giorgio, n. 4, 1974; id., Riciclaggio dei petrodollari e aggiustamenti delle bilance dei pagamenti, in Rivista di politica economica, n. 1, 1975; G. Carli, Egypt and the Middle East in world finance, relazione presentata a un congresso svoltosi al Cairo il 24 marzo 1975; G. Zandano, Rapporti commerciali e finanziari tra paesi avanzati e Terzo Mondo dopo la crisi del petrolio, comunicazione presentata alla 15ª riunione scientifica della Società italiana degli economisti.